Ares
Il dio della guerra che nessuno, sull'Olimpo, voleva vicino.
Figlio di Zeus e di Era, Ares ama la mischia, il rumore delle armi, il momento in cui una battaglia smette di avere un piano. Al suo fianco corrono i figli, Deimos e Fobos, il Terrore e la Paura.
Gli altri dèi lo sopportano a fatica. Nell'Iliade è suo padre a dirgli che è il più odioso di tutti gli abitanti dell'Olimpo. Sotto le mura di Troia Diomede lo ferisce, con Atena che gli guida la lancia, e Ares urla come diecimila uomini prima di fuggire in cielo a farsi curare.
Eppure Afrodite sceglie lui. Sposata a Efesto, il fabbro zoppo, viene sorpresa con Ares in una rete invisibile che il marito ha forgiato apposta. Gli dèi accorrono a guardare e ridono. Quando la rete si apre, lei se ne torna a Cipro come se niente fosse.
Ad Atene raccontavano che fu il primo a essere processato per omicidio, sulla collina che da lui prese il nome, l'Areopago. Aveva ucciso l'uomo che aveva fatto violenza a sua figlia. Fu assolto.
I Greci lo temevano. I Romani lo chiamarono Marte e ne fecero il padre di Romolo e Remo, quindi di Roma stessa. Lo stesso dio, guardato da due popoli in modo opposto.
Oggi Ares sarebbe il pugile che sale sul ring senza abbassare lo sguardo, quello che in curva canta per novanta minuti e il giorno dopo non ha più voce.
Il suo colore è il rosso del ferro scaldato. In astrologia governa l'Ariete insieme al pianeta che porta il suo nome romano: l'impulso, la rabbia che diventa energia.
Questa storia è dedicata a chi non sa restare fermo.
A chi combatte per quello che ama, anche quando tutti gli danno torto.